Recensione L’ultima nave per Tangeri, Kevin Barry

Il romanzo degli ultimi.

Il traghetto proveniente da Tangeri attracca ad Algeciras, al porto dei dimenticati dalla vita.


di The Secret Bookreader

L’ultima nave per Tangeri, di Kevin Barry, Fazi editore, € 18.50.

Una vera scoperta questo romanzo, trovato quasi per caso, come spesso mi accade. Da sempre apprezzo quei romanzi carichi di forza vitale, quei romanzi che in poche pagine sanno scavare nella profondità dell’animo e raccontare storie, apparentemente futili, storie di uomini dimenticati dal mondo e dalla vita. Una storia come quella de L’ultima nave per Tangeri, dell’acclamato scrittore irlandese Kevin Barry, potrebbe apparire carica di sviluppi, di intrecci, di ricordi di vita passata. In realtà si rivela nella sua cruda essenza come la storia di due uomini svuotati e dei loro spettri, alla ricerca malinconica di qualcosa o meglio di qualcuno, o almeno così sembra.

LA TRAMA

Veniamo alla trama. Siamo al confine tra due terre, al porto di Algeciras, in Spagna, da dove partono e attraccano i traghetti diretti verso il Marocco, al porto della città di Tangeri appunto. Al terminal del porto spagnolo vivono Maurice e Charlie, due ex-trafficanti sulla cinquantina, oramai lontani dai traffici criminali, affranti e totalmente sconfitti dalla vita. I due tengono d’occhio le navi che attraccano da Tangeri, alla ricerca di Dilly, la figlia di uno dei uno dei due, ormai immersa nella sua nuova vita all’insegna della filosofia rastafariana. Maurice e Charlie non posseggono nulla, una panchina del terminal è la loro casa, vivono di stenti. Niente a che vedere con la loro disonesta vita precedente, tra malaffare e benessere promiscuo. E così la trama procede sulla scia di questo parallelismo persistente tra la vita passata, divenuta ormai solo un eterno e persistente ricordo, e il presente macchiato dall’incertezza ma soprattuto dagli errori da loro commessi. Tra le memorie di un tempo si fa spazio la figura sospesa di Cynthia, contesa da entrambi gli uomini, divenuta anche il motivo di furiose liti fra i due. Eppure in maniera ambigua e sorprendente la presenza di questa donna pare essere il punto chiave tra il passato e il presente, quasi a voler essere il sigillo della profonda e inusuale amicizia tra i due uomini: l’hanno entrambi amata, vissuta nel profondo della sua essenza libera e fuori dagli schemi, tra alcool e overdose. Il passato persiste nelle loro rimembranze, dai tempi d’oro dei traffici criminali, sospinti da una parvenza illusoria di benessere, ai tempi dei ripensamenti e del lento e inesorabile declino, della nevrosi e della depressione che affliggono nel profondo e portano alla completa e totale deriva. E così, nel presente, l’unica prerogativa di salvezza rimane la ricerca del fiore perduto, Dilly. Dove si trova? Starà bene? Per quale motivo ha deciso di abbandonare la sua famiglia? Sono questi gli interrogativi che assalgono Maurice: spera in cuor suo che Dilly possa essere al sicuro e che possa condurre felice la sua vita da nomade tra cagnoni al guinzaglio e dreadlocks; spera infine di poterla rivedere presto. Una luce dentro Charlie e Maurice fa credere loro che da un momento all’altro Dilly possa scendere da uno di quei tanti traghetti che arrivano quotidianamente da Tangeri: è il caso di sperare o bisogna arrendersi al fatto che la loro ricerca possa sfociare nel nulla più totale e rivelarsi solamente un elemento fittizio che hanno creato nella loro fervida immaginazione?

Cosa ne penso?

Veniamo subito al dunque. In molti hanno riferito che la nota caratteristica del romanzo era una cinica e persistente ironia, tagliente come è stata spesso definita. Ammetto che nel lungo flusso di pensieri che caratterizza questo romanzo l’ironia si trova, ma il retroscena è un vissuto ed un racconto assolutamente crudo, violentemente profondo che a me personalmente ha lasciato il segno. La prima sorpresa è stata, come ho brevemente accennato prima, l’impostazione narrativa assolutamente innovativa e funzionale al racconto: si tratta di una lunga sequenza di flashback e racconti di eventi nel presente: il tutto però è una lunga ed incessante sequela nel quale il discorso diretto si mescola ai dialoghi, ai pensieri e alle riflessioni. Devo dire che all’inizio ero spaventato in quanto temevo che avrei potuto avere problemi di comprensione; in realtà lo stile di Kevin Barry risulta comprensibilissimo e soprattuto accattivante nella sua estrema e cruda verità. Una storia inusuale dal finale largamente incerto, che percorre a ritroso l’esistenza di due criminali in un climax discendente che ha come ultimo stadio la deriva, il presente che i due sono costretti a vivere nel costante timore di ciò che sarà. Ho apprezzato la maestria dell’autore nell’aver rappresentato due mondi a sé stanti che vedono come protagoniste la fervente passione, la voglia di vita e l’audacia del passato e l’innocenza di due uomini che nel presente non hanno più nulla se non sé stessi e la coscienza di ciò che hanno perso e non potranno più recuperare. Una storia certamente accattivante, semplice nella sua essenza ma carica di meditazioni strazianti e immagini non del tutto serene. Se molti si aspettano di ritrovare la vena ironica che viene tanto acclamata quando si parla de L’ultima nave per Tangeri a mio avviso rimarranno alquanto delusi; in compenso troveranno una riflessione carica di spirito sulla parabola infelice dell’esistenza umana, tra passioni, delusioni, nevrosi ed un legame con la vita che sembra ormai svanito nell’animo restio di Charlie e Maurice. Dalle stelle alle stalle, potremmo dire: anzi dalle stelle ad una panchina desolata nell’uggioso porto di Algeciras, direi io.

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Grazie mille per averlo letto! Ti aspettiamo qui e su Instagram con tante altre novità a breve. A presto!

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