Recensione 31 Aprile, Il male non muore mai, di Giuseppe Cesaro

Le radici dell’odio.

La giornalista Vera Stark indaga sul fascino che le ideologie estremiste esercitano ancora oggi. Tutto cambia quando scopre gli agghiaccianti retroscena di un gruppo neonazista segreto…


di The Secret Bookreader

31 aprile. Il male non muore mai, di G. Cesaro, La nave di Teseo, € 20

Bentornati sul blog, cari lettori. Il libro di cui vi parlo oggi ha davvero dell’incredibile: si tratta di 31 aprile. Il male non muore mai di Giuseppe Cesaro, uno scrittore di talento raro che ha dato vita ad un romanzo unico nel suo genere, imperdibile! Se volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Vera Stark ha quarantacinque anni, una figlia di venticinque, un ex marito che la tormenta ma ha ritrovato l’amore con Alex, un docente di dottrine politiche all’università. Ma Vera è soprattutto una giornalista di razza e ha da poco cominciato un’inchiesta sulla crescita del neonazismo in Germania e, in modo particolare, sul gruppo “31 Aprile”, che vuole riprendere il progetto nazista là dove il Führer lo ha lasciato. Grazie alle sue ricerche e all’aiuto di due anziani antinazisti capisce ben presto che l’orrore non è alle spalle e che qualcosa di strano accade a Villa Redenzione, una casa di cura che nascondeva un tempo un lager. La villa è stata da poco trasformata in un museo da Edna Schein, anziana filantropa, figlia del fondatore di Villa Redenzione, il colonnello delle SS Mäher, processato e giustiziato per i suoi crimini alla fine della guerra. Ma qual è il rapporto tra Edna Schein, Villa Redenzione e il “31 Aprile”? Come mai molti anziani antinazisti stanno scomparendo? E cosa c’è dietro a questo ritorno alla ribalta dell’estrema destra? Sono le questioni a cui Vera dovrà trovare risposta, rischiando la vita e mettendo in discussione tutto quello che crede di conoscere.

Cosa ne penso?

Quale significato potrebbe avere una data come il «trentuno aprile»? Una data come tante altre… che in realtà non esiste nemmeno. E allora cosa spinge un gruppo di neonazisti ad identificarsi con tale data enigmatica? Semplice: il «trentuno aprile» è una data inesistente che ideologicamente segna l’inizio di un progetto di riorganizzazione neonazista in Germania. Secondo il gruppo il progetto nazista rimasto incompiuto, pur sempre in maniera simbolica, inizia in quella data, all’indomani della morte di Adolf Hitler. Nel romanzo l’attenzione è anche focalizzata su quel che avvenne dopo la caduta del regime: la Germania post-nazista ebbe a che fare con il pesante marchio impresso dagli orrori perpetrati dal regime e dall’Olocausto. La protagonista, Vera Stark, brillante giornalista, coraggiosa e determinata, ha intenzione di indagare proprio questi ultimi avvenimenti storici; in particolare vuole comprendere i motivi per i quali tale ideologia estremista eserciti un fascino così evidente ai nostri giorni. L’indagine di Vera è un vero fiume in piena. La giornalista, grazie al forte e deciso aiuto dato da due anziani antinazisti, poco alla volta scoperchia gli agghiaccianti retroscena che si nascondono dietro «Villa Redenzione».

Giuseppe Cesaro, attraverso l’espediente letterario rappresentato dall’indagine giornalistica di Vera, ricostruisce un quadro storico immenso ed estremamente accurato, ricco di nozioni storiche sconosciute ai più. Un’importante testimonianza che per certi versi ricorda l’opera della filosofa e politologa tedesca Hannah Arendt, che nel saggio «La banalità del male» mette in luce la fragilità, l’incoerenza e l’inconsapevolezza di coloro i quali si resero protagonisti dell’ideologia antisemitica nazista.

31 aprile. Il male non muore mai è un thriller potente, unico nel suo genere. Un’opera che sfugge a qualsiasi catalogazione, per la varietà di temi trattati, per la profonda accuratezza storica, per la suspence tipica dei grandi maestri del thriller e, infine, per la grande capacità di indagare attraverso la morale quella contrapposizione tra bene e male che è insita nella società civile e quel fascino primordiale nei confronti dell’odio che anch’esso è elemento inestinguibile dell’animo umano.

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Grazie per averlo letto! A presto con tantissime altre novità qui sul Blog e su Instagram.

Recensione di Riviera di Valentino Ronchi

La Riviera, spettatrice immobile delle vite nascoste.

Valentino Ronchi racconta la vita della famiglia Delfini, che trascorre pacifica lungo l’argine della Riviera milanese.


di The Secret Bookreader

Riviera, di Valentino Ronchi, Fazi Editore, € 17

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi per voi presento la recensione di «Riviera» di Valentino Ronchi. L’opera è davvero molto importante e particolare dal momento che si tratta di una prova letteraria assolutamente nuova per il poeta che, per Fazi, ha pubblicato precedentemente una raccolta poetica dal titolo Buongiorno ragazzi. Il romanzo, che racconta la vita di una famiglia milanese di periferia, spicca certamente per semplicità e originalità. Se volete saperne di più, continuate a leggere l’articolo!

L’estate intorno si allungava, si spandeva. La sua distesa di giorni appiattiva il mondo, stordiva i sensi. La Riviera socchiudeva gli occhi e lasciava fare, riposava in attesa, le mani alla nuca, la testa reclinata adagiata su un lato, guardando da sotto gli occhi.

TRAMA

Marianna Delfini nasce nella periferia di Milano. Non in una periferia qualunque, però, ma in Riviera: un angolo defilato della città, sotto la tangenziale, dove lungo l’argine del canale sorge una fila di villette ordinate che osservano placide lo scorrere delle stagioni. In modo tranquillo e defilato scorre anche la vita di Marianna, una bambina quieta e dolce che abita con i genitori e i nonni materni. La famiglia Delfini ha vissuto per generazioni lungo questa pittoresca sponda e, mentre Marianna cresce facendo i conti con le piccole gioie e gli inevitabili dolori di un’esistenza, il passato ogni tanto si riaffaccia per ricordare anche agli adulti com’è stato crescere e formare una famiglia. La migliore amica, la zia girovaga, la scuola, il primo amore, ma anche l’amara ingiustizia del lutto: le giornate della bella Marianna, insieme a quelle di chi le sta attorno, sono scandite e ricomposte come i riflessi della Riviera sulle acque del canale, attraverso una narrazione estremamente dettagliata che si sofferma con abilità sui momenti essenziali di una vita come tante, e quindi proprio per questo irripetibile e unica.

Cosa ne penso?

Riviera è un romanzo delicato, unico nel suo genere. La caratteristica indistinguibile che mette in luce la reale potenza dell’opera è la sensibilità del poeta che, anche nella lunghezza della prosa, riesce a ricreare elementi tipici ed essenziali della poesia, come paesaggi coloriti – veri e propri luoghi «luoghi dell’anima» – e sentimenti profondi.

La penna di Valentino Ronchi è davvero sincera, semplice e al contempo decisa. Il fil rouge del romanzo è senza dubbio una perfetta commistione tra brevitas e originalità. Originalità che si riassume nella bravura dell’autore nel saper valorizzare al meglio un piccolo quadretto familiare semplice, eppure così vitale e umano. Nell’ottica della vita familiare la Riviera diviene la spettatrice fissa della vita della quotidianità della protagonista e dei suoi cari. La riviera assiste ai momenti luminosi della vita di Marianna, come l’inizio della scuola, l’estate focosa dell’adolescenza, il primo amore: così come la placida Riviera, in disparte, nel suo incedere lento, è testimone antiteticamente dei momenti bui: primo fra tutti un lutto che irrompe improvvisamente come un fulmine a ciel sereno.

Come il divenire eracliteo, la Riviera rimane l’unico elemento costante che non subisce alcun mutamento rispetto al mondo circostante, un caposaldo inamovibile nelle vite di quanti abitano lungo il suo argine. La Riviera entra nelle vite nascoste delle persone, in maniera quasi silenziosa, osservandone le gioie e le amarezze scaturite dal trascorrere del tempo, imperterrito, inevitabile eppure necessario.

Riviera è un romanzo da leggere per comprendere quell’umanità nascosta che trova spazio nell’animo di quelle vite «comuni», meno note, che a ben vedere minori non sono affatto, al contrario nascondono al loro interno una profondità immensa e un realismo commovente.

Grazie per aver letto Recensione di Riviera di Valentino Ronchi. A presto con tantissime altre novità qui sul Blog e su Instagram.

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Recensione di Riviera di Valentino Ronchi

La Riviera, spettatrice immobile delle vite nascoste.

Valentino Ronchi racconta la vita della famiglia Delfini, che trascorre pacifica lungo l’argine della Riviera milanese.


di The Secret Bookreader

Riviera, di Valentino Ronchi, Fazi Editore, € 17

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi per voi presento la recensione di «Riviera» di Valentino Ronchi. L’opera è davvero molto importante e particolare dal momento che si tratta di una prova letteraria assolutamente nuova per il poeta che, per Fazi, ha pubblicato precedentemente una raccolta poetica dal titolo Buongiorno ragazzi. Il romanzo, che racconta la vita di una famiglia milanese di periferia, spicca certamente per semplicità e originalità. Se volete saperne di più, continuate a leggere l’articolo!

L’estate intorno si allungava, si spandeva. La sua distesa di giorni appiattiva il mondo, stordiva i sensi. La Riviera socchiudeva gli occhi e lasciava fare, riposava in attesa, le mani alla nuca, la testa reclinata adagiata su un lato, guardando da sotto gli occhi.

TRAMA

Marianna Delfini nasce nella periferia di Milano. Non in una periferia qualunque, però, ma in Riviera: un angolo defilato della città, sotto la tangenziale, dove lungo l’argine del canale sorge una fila di villette ordinate che osservano placide lo scorrere delle stagioni. In modo tranquillo e defilato scorre anche la vita di Marianna, una bambina quieta e dolce che abita con i genitori e i nonni materni. La famiglia Delfini ha vissuto per generazioni lungo questa pittoresca sponda e, mentre Marianna cresce facendo i conti con le piccole gioie e gli inevitabili dolori di un’esistenza, il passato ogni tanto si riaffaccia per ricordare anche agli adulti com’è stato crescere e formare una famiglia. La migliore amica, la zia girovaga, la scuola, il primo amore, ma anche l’amara ingiustizia del lutto: le giornate della bella Marianna, insieme a quelle di chi le sta attorno, sono scandite e ricomposte come i riflessi della Riviera sulle acque del canale, attraverso una narrazione estremamente dettagliata che si sofferma con abilità sui momenti essenziali di una vita come tante, e quindi proprio per questo irripetibile e unica.

Cosa ne penso?

Riviera è un romanzo delicato, unico nel suo genere. La caratteristica indistinguibile che mette in luce la reale potenza dell’opera è la sensibilità del poeta che, anche nella lunghezza della prosa, riesce a ricreare elementi tipici ed essenziali della poesia, come paesaggi coloriti – veri e propri luoghi «luoghi dell’anima» – e sentimenti profondi.

La penna di Valentino Ronchi è davvero sincera, semplice e al contempo decisa. Il fil rouge del romanzo è senza dubbio una perfetta commistione tra brevitas e originalità. Originalità che si riassume nella bravura dell’autore nel saper valorizzare al meglio un piccolo quadretto familiare semplice, eppure così vitale e umano. Nell’ottica della vita familiare la Riviera diviene la spettatrice fissa della vita della quotidianità della protagonista e dei suoi cari. La riviera assiste ai momenti luminosi della vita di Marianna, come l’inizio della scuola, l’estate focosa dell’adolescenza, il primo amore: così come la placida Riviera, in disparte, nel suo incedere lento, è testimone antiteticamente dei momenti bui: primo fra tutti un lutto che irrompe improvvisamente come un fulmine a ciel sereno.

Come il divenire eracliteo, la Riviera rimane l’unico elemento costante che non subisce alcun mutamento rispetto al mondo circostante, un caposaldo inamovibile nelle vite di quanti abitano lungo il suo argine. La Riviera entra nelle vite nascoste delle persone, in maniera quasi silenziosa, osservandone le gioie e le amarezze scaturite dal trascorrere del tempo, imperterrito, inevitabile eppure necessario.

Riviera è un romanzo da leggere per comprendere quell’umanità nascosta che trova spazio nell’animo di quelle vite «comuni», meno note, che a ben vedere minori non sono affatto, al contrario nascondono al loro interno una profondità immensa e un realismo commovente.

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Recensione Il gioco della notte, Camilla Läckberg

Fuggire dalla notte più oscura.

Quattro ragazzi, la festa, l’ebbrezza e un passato terribile che torna a far sentire la propria insistenza.


di The Secret Bookreader

Il gioco della notte, C. Läckberg, Einaudi Stile Libero Big, € 14

Bentornati sul blog, cari lettori. Il libro di cui vi parlo oggi è un’uscita recente targata Einaudi Stile Libero: si tratta de Il gioco della notte di Camilla Läckberg, la «maestra del crime svedese». Per me questo è stato il primo approccio all’autrice, spesso definita come una delle più importanti voci del giallo nordico europeo. Si è trattato di un romanzo particolare che, forse per la sua estrema brevitas, non mi ha convinto fino in fondo. Ciò non toglie che l’idea di fondo sia davvero particolare. In fin dei conti potrei definirlo un romanzo a metà, quindi… parliamone! Per saperne di più, continuate a leggere l’articolo.

TRAMA

Quattro ragazzi, la notte di Capodanno. La festa, l’ebbrezza, un gioco in cui la posta diventa sempre più alta. Camilla Läckberg scandaglia gli abissi dell’adolescenza e il luogo più oscuro e minaccioso che ci sia: la famiglia. Mentre fuochi cadono come paracaduti colorati e girandole luminose esplodono in cielo, Max, Liv, Anton e Martina festeggiano tra di loro la fine dell’anno. Ragazzi ricchi, belli, viziati per il mondo indossano una maschera impeccabile, dietro cui però nascondono odio e dolore. Il catering serve aragoste, caviale, champagne e i quattro attingono anche alle bottiglie da collezione che sono in cantina. Amoreggiano, fumano, spiano i genitori nella casa vicina. E iniziano a giocare. Dapprima Monopoli, poi Obbligo o Verità. E ben presto un passatempo un po’ malizioso deflagra nell’occasione per mettersi a nudo e liberarsi, finalmente, del peso della verità.

Cosa ne penso?

Il gioco della notte è un romanzo senza dubbio originale ma che presenta evidenti problemi di fondo. Si tratta di un gioco psicologico costruito in maniera estremamente incalzante: manca in primo luogo una caratterizzazione profonda dei personaggi che, in un target del genere, è assolutamente necessaria. L’intera trama ha uno sviluppo temporale di poche ore e non mancano i continui riferimenti alla sfera temporale del passato, anch’essa trattata in maniera scarna con brevissimi flashback che si trasmutano quasi in veri e propri lampi di luce esageratamente fugaci. La nota più sorprendente è il finale: la chiusura del romanzo è agghiacciante e quasi ai limiti dell’incredibile; si tratta (senza cadere nello spoiler) di un piano terribile orchestrato dai protagonisti: una decisione radicale presa in maniera davvero troppo affrettata. La loro scelta (che in breve consiste nell’intenzione di chiudere in maniera ultima, senza possibilità di appello con il loro agghiacciante passato), non è sostenuta da nessuna motivazione ed argomentazione e per tale ragione risulta poco credibile. In breve, l’intero romanzo pecca di brevitas: è un racconto fin troppo fugace che vede come protagonisti individui neutrali, quasi accennati introspettivamente e caratterialmente. Un romanzo a metà, freddo e cupo come lo è l’ambientazione: la gelida notte svedese. Per riassumere: il mio primo approccio con la scrittura di Camilla Läckberg è stato piuttosto insoddisfacente. Per togliere il beneficio del dubbio, però, sarà necessario dare un’altra possibilità…

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Grazie per averlo letto! A presto con tantissime altre novità qui e sul Blog.

Recensione Quello che non sai, Susy Galluzzo

Viaggio al cuore della maternità.

Un diario che scandaglia i retroscena di un complesso e totalizzante legame tra madre e figlia.


di The Secret Bookreader

Quello che non sai, di S. Galluzzo, Fazi Editore, € 16

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di un libro che ho avuto il piacere di leggere in anteprima. Sto parlando di Quello che non sai, romanzo d’esordio di Susy Galluzzo, da oggi, 8 aprile, in tutte le librerie. Un romanzo davvero profondo attraverso il quale l’autrice affronta le numerose sfaccettature di un tema di estrema rilevanza: la maternità. Un vero e proprio percorso psicologico costruito in maniera impeccabile. Se volete saperne di più, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Michela, detta Ella, ha passato gli ultimi anni a crescere la figlia Ilaria, dedicandosi a lei in ogni momento anche a scapito del suo lavoro di medico e del rapporto con il marito Aurelio. Ella conosce tutte le manie e le ansie di Ilaria, sa quanto è brava a tennis ma anche quanto le è difficile concentrarsi a scuola. Dopo un allenamento, Ilaria si distrae guardando il cellulare, ferma in mezzo alla strada, mentre una macchina avanza veloce verso di lei. Ella non fa niente per avvisarla: rimane immobile a osservare la figlia che, salva per un soffio, se ne accorge. In quell’istante, inevitabilmente, tra loro si rompe qualcosa. Ella così inizia a sfogarsi scrivendo un diario rivolto alla propria madre, morta quindici anni prima: pagina dopo pagina, racconta delle crepe che si allargano fino a incrinare in modo irreversibile i delicati equilibri familiari, si addentra nei propri ricordi per riportare a galla vecchi e nuovi conflitti, rimpianti e sensi di colpa, per trovare infine la forza di affrontare la verità e ricominciare. Viaggio negli equilibri precari di una famiglia all’apparenza perfetta, Quello che non sai è un romanzo sulla maternità e sul timore di non essere mai all’altezza. Attraverso la storia di un distacco necessario, narrata in un crescendo di sentimenti contrastanti, l’autrice inscena il fallimento personale della protagonista cambiando continuamente prospettiva in un gioco psicologico complesso e molto appassionante.
Un libro intenso che affronta un tema tabù con grande abilità e coraggio meditando in maniera profonda sul lato oscuro che è in ognuno di noi e su quello che una donna non confesserebbe mai, neppure a se stessa.

«Ho una figlia. Sei sorpresa, vero? Eri così contrariata dalla mia scelta di non avere figli per via della carriera. […] Si chiama Ilaria, ha tredici anni, compiuti a marzo. È la mia vita.

E anche la mia morte».

Cosa ne penso?

Quello che non sai non è un romanzo come altri. È un viaggio che riassume un lungo percorso introspettivo che vede come protagonista una donna intenta ad affrontare una maternità complessa, solcata da incertezze, dubbi, pentimenti. Un diario non autobiografico scritto per colmare le distanze di un passato ormai dissoltosi che torna a far sentire la propria impronta anche nel presente. Un taccuino confidenziale nel quale la protagonista, Michela, confessa alla madre giorno per giorno la personale lotta per la sopravvivenza all’interno di una famiglia disfunzionale. Una battaglia resa assai complessa da un tradimento a lungo taciuto, da una costante infelicità quotidiana, dall’insoddisfazione causata da una carriera lavorativa improvvisamente troncata a seguito di un terribile episodio e, in particolar modo, dall’impossibilità di instaurare un legame amorevole con la figlia Ilaria, vittima delle proprie manie oppressive. In quest’ottica il romanzo, costruito in maniera perfetta nei minimi dettagli, diviene la forte e decisa richiesta d’aiuto di una donna reclusa in un circolo senza fine, vessatorio, claustrofobico. Un percorso di completa autodistruzione che ha come risultato una vera e propria rinascita interiore, contraddistinta dalla ricerca di una libertà possibile al di fuori dei pesanti vincoli imposti da un ambiente familiare degradante. Una vicenda fortemente didascalica che mette in scena il travagliato allontanamento di una donna in crisi da un legame quasi simbiotico, totalizzante ma al contempo distruttivo. Quello che non sai è un romanzo impattante ma necessario, steso in maniera sapiente, caratterizzato da uno stile tagliente e straordinario, da leggere per comprendere la reali implicazioni di un’esperienza vitale assai complessa e radicale.

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Recensione Le balene mangiano da sole, Rosario Pellecchia

Amicizie insolite ai tempi del… delivery!

Un giovane rider e un adolescente intraprendono un viaggio memorabile da Milano a Napoli alla ricerca del proprio passato.


di The Secret Bookreader

Le balene mangiano da sole, di R. Pellecchia, Narratori Feltrinelli, € 16

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parlo di un libro davvero, davvero bello. Un romanzo letto tutto d’un fiato in una sola notte. Un racconto commuovente, caratterizzato da una semplicità apparente che cela al suo interno un’umanità disarmante. Un libro che ho divorato col sorriso perennemente stampato sul volto, seppur con un velo di leggera e sincera malinconia. Sto parlando de Le balene mangiano da sole di Rosario Pellecchia meglio conosciuto come Ross, celebre voce di Radio 105. Se volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Gennaro, per tutti Genny, è un ventitreenne fuori sede napoletano che vive a Milano. Ha conseguito una laurea triennale in design ed è intenzionato a proseguire al più presto gli studi. Grazie al suo coinquilino senegalese Kalidou, Genny diventa un rider professionista per una importante impresa di delivery. Inizialmente osteggiato da Kalidou, da sempre in contrasto con lo sfruttamento e con le pessime condizioni di lavoro dei suo colleghi, Genny intraprende di buon grado questa nuova e (a detta dei suoi conoscenti) inadatta professione. Egli riserva per questo suo incarico una particolare e bizzarra tendenza: ha infatti l’abitudine di tentare di immaginare chi gli si parerà davanti al momento della consegna solo attraverso un indizio ben preciso: ciò che il cliente ha ordinato. Una sera Genny consegna un ordine a casa di Luca, un ragazzino di dodici anni rimasto solo a guardare la partita di Champions League. Dal momento che entrambi si scoprono tifosi del Napoli, Luca invita Genny a rimanere a guardare la partita, condividendo la cena. L’accaduto segna l’inizio di un’amicizia insolita, dapprima bonariamente osteggiata dalla madre di Luca, Giulia. Il legame tra i due si rinsalda maggiormente nel momento in cui Luca propone d’impulso a Genny di fare un viaggio a Napoli per assistere dal vivo, allo Stadio San Paolo, alla finale di Champions. Il viaggio verso sud sarà un vero e proprio tentativo di ritorno alle proprie origini familiari, un iter alla ricerca di se stessi ma, in particolare, un’avventura alla ricerca di un «pezzo mancante», frutto di un segreto passato a lungo taciuto.

Eccoli tutti insieme, i Rider. Seduti per terra sul cemento freddo della periferia milanese, la loro amicizia come una coperta appoggiata sulle gambe, lontani da casa ma vicinissimi l’uno all’altro, in quella notte italiana che li avvolge, tentando di farli sentire a casa.

Cosa ne penso?

Le balene mangiano da sole è un romanzo unico nel suo genere. Un racconto ricolmo di vitalità e spirito di fratellanza. È la storia di un legame che va oltre le barriere generazionali, di un’amicizia figlia del destino e di una casualità dirompente, indissolubile. Il fil rouge del romanzo è un richiamo costante alla terra delle origini, ricca di suoni, di colori. Per Genny Napoli è «casa»: è il luogo della giovinezza, della famiglia, il luogo in cui ritrovare gli affetti più cari. Lo stesso potrebbe dirsi per Luca, nonostante questi non ne sia al corrente. Napoli è anche, inconsapevolmente, il suo luogo d’origine. In quest’ottica il romanzo diviene il racconto di destini sapientemente incrociati, quelli di due apparenti «sconosciuti» che si completano a vicenda. Le balene mangiano da sole non è solo racconto di un viaggio materiale, bensì temporale: un reale percorso di rimembranza alla ricerca di radici apparentemente distanti ma sorprendentemente comuni ai due protagonisti. Un racconto incalzante, ironico, colorito ma anche commuovente, solcato da un sottile velo nostalgico, frutto di un passato ideale e per certi versi mai esistito, negato e osteggiato da segreti nascosti che inevitabilmente tornano alla luce. Un romanzo da leggere per comprendere quell’umanità «nascosta» che è in grado di dar vita a legami profondi e inaspettati. Una scrittura semplice ma diretta, una trama ricca e al contempo necessaria. Una storia emozionante da leggere tutta d’un fiato.

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Recensione Blu, Giorgia Tribuiani

Blu, la perfomer delle ossessioni più oscure.

Un romanzo che si addentra nei meandri più tetri di una mente giovane e pericolosamente mutevole.


di The Secret Bookreader

Blu, di Giorgia Tribuiani, Fazi Editore, € 16

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi presento in anteprima una novità editoriale davvero particolare e intensa. Sto parlando di Blu, romanzo di Giorgia Tribuiani. Si tratta di un testo particolarmente profondo, contraddistinto da una scrittura decisa, diretta e da un ritmo sfrenato: caratteristiche che rendono questo romanzo una scoperta peculiare e ricolma di una originalità sorprendente. Sono davvero felice di averlo letto in anteprima e dunque, nell’attesa dell’uscita imminente, ve ne parlo qui sul Blog. Se volete saperne di più, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Il romanzo, narrato in seconda persona, ripercorre le vicende di Ginevra, una studentessa diciassettenne che frequenta il liceo artistico. Sin da bambina il suo soprannome è «Blu». Ginevra conduce una vita semplice, come qualunque altra adolescente della sua età: ha la passione per il disegno e per l’arte figurativa, frequenta le lezioni della sua docente d’arte, la professoressa Castaldi, e intrattiene, seppur in maniera intermittente, una relazione amorosa con Roberto, il suo fidanzato. Le sue giornate sono scandite da una serie di rituali scaramantici: piccoli gesti dal forte impulso apotropaico volti a scongiurare qualunque ipotetica disgrazia nei confronti delle persone a lei più care. In breve, quella di Ginevra è un’esistenza come tante altre. Durante una visita scolastica, ad una mostra d’arte, la vita di Ginevra muta radicalmente: per la prima volta assiste ad una rappresentazione di performance art. Per Ginevra l’esibizione è un vero e proprio momento catartico, una chiave d’accesso ad un nuovo mondo che la porta a sperimentare emozioni sommosse e recondite. La scoperta delle arti performative è anche l’origine di un lungo percorso introspettivo, quasi nevrotico, che ha come risultato un pericoloso sdoppiamento della personalità, solcato dall’incertezza e dalla persistenza di incomprensibili e maniacali ossessioni.

Cos’è che ti fa paura, Blu? […]

Io. Le mie colpe. I colori che si corrompono. Le cose che si corrompono. Rovinare le cose.

Immaginare il male della gente.

Cosa ne penso?

«Blu» è davvero travolgente. È un romanzo che ispeziona gli angoli più remoti della psiche umana, portando alla luce delle profonde ferite interiori che si manifestano esteriormente sotto forma di nevrosi autodistruttive. Le due parti che compongono l’intero romanzo sono un vero e proprio fiume in piena: un lungo discorso interiore, caratterizzato da flashback e switch improvvisi che rendono il testo una vera e propria pellicola cinematografica. Una storia in cui i limiti tra realtà e immaginazione, tra lucidità e delirio, sono estremamente labili a tal punto da rendere la scrittura quasi ipnotica. Una storia vitale, narrata da una voce assordante che è frutto di una dissociazione emotiva, che mette a nudo le fragilità e le insicurezze della protagonista. Il tutto racchiuso da un costante e originalissimo riferimento alle figure portanti della performance art, prima fra tutte la celebre Marina Abramović. In quest’ottica, agli occhi del lettore, il romanzo stesso diviene un momento di arte performativa che cela dietro di se un processo di evasione, di fuga da un ego indesiderato ed estremamente oppressivo. Dare voce alle manie e agli scheletri di una giovane mente adolescente, trasmutevole, in perenne evoluzione: è questo che spinge l’autrice a mettere per iscritto un lungo processo di redenzione interiore che scorre in maniera impetuosa attraverso pagine stese con profonda maestria. Quella di Giorgia Tribuiani è una penna nuova, originale e decisamente tagliente, che dà vita ad una narrazione fuori dagli schemi, frenetica ma al contempo luminosa. Un romanzo per chi cerca una storia che riesca ad indagare le paure più profonde di una mente in costante cambiamento, al culmine del proprio vitalismo, nel periodo emotivamente più complesso dell’esistenza.

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Grazie per averlo letto! A presto con tantissime altre novità qui sul Blog e su Instagram.

Letture d’autore: Elizabeth strout e John Williams


di The Secret Bookreader

Bentornati sul blog, cari lettori. Nell’articolo di oggi vi parlo di due grandissimi autori contemporanei noti al pubblico internazionale e successivamente riscoperti e accolti in maniera assolutamente positiva anche in Italia. Sto parlando di Elizabeth Strout e John Williams. In quest’articolo tratteremo alcuni dei loro maggiori romanzi, mettendo in luce punti in comune sulle tematiche che li caratterizzano. Se volete saperne di più su questi due autori, continuate a leggere l’articolo!


Elizabeth Strout e John Williams. Quali sono i punti in comune tra questi due autori?

A mio avviso, in primo luogo uno dei tratti distintivi della produzione di Elizabet Strout e John Williams è la capacità di saper mantenere un elemento costante all’interno dei romanzi, nonostante quest’ultimi presentino al loro interno tematiche in molti casi differenti dal punto di vista della narrazione e dell’introspezione dei personaggi. Andiamo con ordine, conosciamo meglio i due autori!

Elizabeth Strout

È tra le più importanti autrici statunitensi contemporanee. È nata a Portland, nel Maine, nel 1956 e da quasi trent’anni si è stabilita a New York. Ha insegnato letteratura e scrittura al Manhattan Community College per dieci anni e scrittura alla New School. I suoi racconti sono apparsi in numerose riviste, tra le quali il «New Yorker». Dell’autrice Fazi Editore ha pubblicato Amy e Isabelle, acclamato da pubblico e critica, e vero e proprio caso editoriale, Resta con me e I ragazzi Burgess. Con Olive Kitteridge ha vinto il Premio Pulitzer (2009), il Premio Bancarella (2010) e il Premio Mondello (2012). Dalla stessa raccolta di racconti è stata tratta una serie tv, prodotta dalla HBO, i cui protagonisti sono gli attori Frances Mc Dormand come protagonista e Richard Jenkins.

Elizabeth Strout è senza dubbio una delle maggiori autrici contemporanee. Fra i suoi romanzi di maggiore interesse spiccano certamente: «Olive Kitteridge», un racconto particolare; potremmo definirlo come un insieme di storie con protagonisti differenti il cui cardine centrale è la presenza costante della protagonista, Olive, sempre pronta a metter le cose in ordine. Segue «Resta con me», un romanzo profondo che riguarda le vicende di Tyler Caskey, un giovane reverendo della Chiesa Congregazionalista statunitense che opera all’interno di una comunità religiosa avversa alla modernità e al progresso.

Qual è il fil rouge che lega questi due romanzi? Senza dubbio la capacità dell’autrice di sapere indagare la condizione umana e la profondità dei rapporti affettivi. Il tutto racchiuso in un’ambientazione tipica (quella della provincia americana del Maine) che fa da collante e che entra appieno nella sentimentalità e nelle vite dei personaggi.

Alcuni romanzi consigliati:


John Williams


Nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. Rimase a Denver per tutta la vita, dove insegnò Letteratura inglese presso l’Università del Missouri e dove morì nel 1994. Poeta e narratore, John Williams è stato finalmente riscoperto negli ultimi anni, diventando un vero e proprio fenomeno di culto a livello internazionale

Discutendo ora di John Williams, citiamo due dei suoi più importanti romanzi: «Stoner», una vera e propria riscoperta che potrebbe definirsi a pieno titolo una «pietra miliare». Due parole sulla trama: Al centro del romanzo c’è la vicenda autobiografica di un docente universitario: William Stoner. Quella di Stoner è una vita semplice che, grazie ad una penna sapiente, oserei dire geniale, diviene carica di vitalità e spirito di rivalsa.  Di tutt’altro stampo è «Butcher’s crossing», un romanzo western ambientato sul finire dell’Ottocento, negli Stati Uniti prossimi all’avvento della ferrovia che, sulla base di una visione storica, diviene un punto di svolta fra «vecchio» e «nuovo mondo». 

Ancora una volta nella narrativa di Williams il punto d’incontro fra i romanzi è la capacità dell’autore di saper indagare la condizione umana; in questo caso, peró, con delle differenze sostanziali nell’ottica del giudizio che egli fornisce nei confronti dell’individuo. Se da una parte in Stoner ci troviamo di fronte ad una indissolubile immagine positiva, scaturita dalla rivalutazione delle arti letterarie e dell’umanesimo, in Butcher’s crossing la chiusura del romanzo ci offre una morale estremamente pessimistica e di condanna nei confronti dell’uomo, sicuro di poter oltrepassare i limiti imposti dalla natura. All’interno dei due romanzi dunque si viene a creare una visione diametralmente opposta della condizione umana.

Alcuni romanzi consigliati:

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Recensione La felicità degli altri, Carmen Pellegrino

«Questa è la storia di un’anastilosi»

Un romanzo che getta luce sulla storia vitale di un’anima errante, offuscata dai fantasmi del passato.


di The Secret Bookreader

La felicità degli altri, di C. Pellegrino, La nave di Teseo, € 18

Bentornati sul blog, cari lettori. Oggi vi parliamo di un libro davvero sorprendente, immenso. Si tratta de La felicità degli altri di Carmen Pellegrino, romanzo che recentemente ha ottenuto una candidatura al Premio Strega 2021 e per questo motivo siamo davvero felici di parlarvene. Se dunque volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

Sono nata in una casa infestata dai fantasmi. Allampanati, tignosi fantasmi da cui non si poteva fuggire.

TRAMA

L’incipit del romanzo ha sicuramente un intento programmatico: nelle prime righe si legge infatti: «questa è la storia di un’anastilosi, eseguita per gradi e con soprassalti improvvisi». Anastilosi è un termine che nell’ambito architettonico prefigura un lungo procedimento di ricostruzione di piccole parti di un bene andato in frantumi. Nel romanzo, in maniera metaforica, il processo di anastilosi interessa l’interiorità della protagonista Cloe, diminutivo di Clotilde. Cloe è una donna con un duro passato alle spalle: a seguito della prematura perdita del fratello minore Emmanuel, scaturita da pesanti tensioni familiari, intraprende una costante peregrinazione attraverso veri e propri «luoghi dell’anima». Trascorre la prima adolescenza nella casa dei timidi, una piccola comunità giovanile situata su una collina; un piccolo microcosmo amorevole, ricolmo delle cure dei due gestori: il Generale e Madame. Terminata la permanenza presso la casa dei timidi, al compimento della maggiore età, nella vita di Cloe si fanno largo anche le ombrose luci di Venezia, la città della formazione, nelle cui vie la protagonista è solita passeggiare con il Professor T., docente di Estetica dell’ombra. Nell’ottica del procedimento di anastilosi, l’intera vicenda è un lungo cammino di redenzione con il proprio passato familiare, pesantemente offuscato dalle ombre dei defunti che Cloe riesce a percepire e che puntualmente ritornano dalla realtà ultraterrena a far sentire la loro presenza eterea, portando alla luce rimorsi, pentimenti e profonde faglie interiori. E proprio da questo dolore irresoluto nasce il desiderio di voler ricomporre i pezzi di un’infanzia negata, solcata da una ferita ancora aperta: quella causata da Beatrice, la madre di Cloe, colpevole, a detta della figlia, della perdita del fratello Emmanuel.

[…] “Veda,” riprese, “io penso che l’idea che esista il tempo non sia che una superbia. Ci arroghiamo il diritto di sequenziare il semplice alternarsi del giorno e della notte in ore, minuti, istanti che fuggono sempre in avanti. Se possiamo fare questo, se possiamo perfino a correggere le stagioni, perché non potremmo mandarla indietro, ammesso che esista, questa diceria che chiamiamo tempo?” A quel punto s’interruppe e si alzò dalla sedia, due giri di sciarpa intorno al collo, una stirata con le mani all’impermeabile gualcito. Dopo aver accostato la sedia alla cattedra, prese borse e agenda e di nuovo mi guardò:

“Voleva dirmi qualcosa?”

“Sì, professore,” balbettai. “Ecco, vorrei chiederle cosa intende per luogo oscuro: lo nomina spesso nelle sue lezioni, sento che è un concetto che mi appartiene, ma non saprei oggettivarlo.”

Il romanzo di Carmen Pellegrino è un intenso crocevia di destini sapientemente intrecciati fra loro. È un racconto ricolmo di una sensibilità razionale che scandaglia diversi temi profondi: il tema dell’infanzia familiare negata, dell’abbandono, della rimembranza. Lo scopo del romanzo è quello di raccontare il tortuoso iter di chi ha saputo trarre virtù e beneficio dalle proprie tenebre e dalle proprie ombre, portando avanti un percorso di ricostruzione interiore. Un percorso scaturito dalla necessità di dover ricomporre i pezzi di un destino solcato da una perdita importante, da una giovinezza in gran parte negata, e un amore dissoltosi in maniera fugace. Il collante che tiene assieme il susseguirsi di vicende e memorie è sicuramente una scrittura estremamente vitale e potente, che scava nell’animo dei protagonisti e che mette a nudo agli occhi del lettore l’introspezione di un’anima errante, alla ricerca di un ordine in netto contrasto con il caos della perdizione. Il fil rouge dell’intero racconto è la presenza costante di richiami al sapere antico, che a ben vedere non si ripresenta come un austero retaggio, bensì come un monito carico di saggezza. La felicità degli altri è il resoconto di una vicenda interiore che trascende i limiti che intercorrono tra la realtà sensibile e il mondo ultraterreno: due mondi che presentano ambientazioni descritte in maniera minuziosa e che, nell’ottica del percorso di introspezione interiore, diventano il palcoscenico della sentimentalità della protagonista e dei tanti personaggi che costellano il romanzo. La felicità degli altri è un romanzo tagliente, da leggere tutto d’un fiato, un vero e proprio dramma antico multiforme rivisitato in chiave moderna.

Un ringraziamento all’Ufficio Stampa de La nave di Teseo per la copia del romanzo.

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Recensione L’educazione, Tara Westover

Cosa comporta fuggire da una famiglia disfunzionale attraverso l’educazione?

Il resoconto autobiografico di un’esistenza segnata dall’oscurantismo della fede religiosa, uno spaccato di vita ai limiti dell’incredibile.


di The Secret Bookreader

L’educazione, di T. Westover, Universale Economica Feltrinelli, € 11

Bentornati sul blog, cari lettori. Il romanzo di cui vi parlo oggi ha davvero dell’incredibile. Si tratta certamente di uno di quei romanzi in grado di portare alla luce storie di quotidianità nascoste ma al contempo rivestite della necessità di essere raccontante al mondo intero, per la loro importanza ma soprattutto per la loro didascalica universalità. Sto parlando de L’educazione, romanzo autobiografico della scrittrice statunitense Tara Westover. Se volete saperne di più su questo romanzo, continuate a leggere l’articolo!

TRAMA

Il romanzo ripercorre le reali vicende biografiche di Tara Westover. Tara proviene da una famiglia di religione mormone dell’Idaho, negli USA. I suoi genitori possono sicuramente definirsi degli estremisti religiosi: rifiutano in maniera categorica qualunque pratica medica: per loro la sanità pubblica è un elemento demoniaco attraverso il quale lo Stato riuscirebbe a trarre lucro dalla sofferenza altrui. I coniugi Westover rifiutano l’istruzione pubblica, i loro figli non frequentano alcuna scuola: essi non hanno nemmeno alcun tipo di documento dal momento che i loro genitori hanno rifiutato di registrarli anagraficamente. Il padre di Tara, Gene, soffre di disturbo bipolare che lo porta ad avere forti crisi depressive alternate a momenti di euforia spropositata; Tara è vittima indifesa degli attacchi d’ira del fratello maggiore Shawn, che ha subìto dei forti mutamenti dell’umore a seguito di un terribile incidente sul lavoro. Quello che si delinea è dunque il ritratto di una famiglia disfunzionale, caratterizzata da un forte attaccamento ai dettami religiosi del capofamiglia. Una possibilità di evasione per Tara si prospetta nel momento in cui si fa spazio la scolarizzazione. L’educazione la porta ad intraprendere una promettente carriera universitaria e a conoscere un vastissimo apparato culturale in precedenza fortemente demonizzato dalle credenze spirituali del padre. Agli occhi della famiglia, però, la presa di coscienza di Tara è un elemento di forte distacco, intollerabile. Spetterà a lei prendere una netta decisione: andare via o tornare alle proprie radici.

Cosa ne penso?

L’educazione è un romanzo incredibile, infinitamente reale. Nel resoconto autobiografico della Westover i limiti tra verità e finzione sono talmente sottili da suscitare un’incredulità tale da chiedersi “è possibile che ciò che sto leggendo sia reale?”. La storia di Tara è indiscutibilmente oggettiva. È il ritratto di una famiglia influenzata da una spiritualità totalizzante, in grado di alienare i membri dalla realtà circostante. L’educazione che si prospetta nel percorso esistenziale di Tara è un punto critico che ha valore dualistico. Se da un lato, infatti, l’istruzione le ha permesso di evadere da una realtà chiusa, dall’altro questa presa di coscienza ha fatto sì che i rapporti con la sua famiglia andassero in fumo nonostante il forte desiderio da parte della protagonista di volerli mantenere. Si tratta di un romanzo nel quale la scrittrice mette a nudo le proprie fragilità, ponendo per iscritto una testimonianza che diviene un forte monito che ha come obiettivo il contrasto di un pericoloso elemento di distacco con la realtà: l’oscurantismo professato dal fondamentalismo religioso. Per comprendere i meccanismi è dunque fondamentale la seconda parte del romanzo, che descrive appieno il periodo oscuro della Westover, che fa seguito al rifiuto e alla conseguente perdita dei legami: si tratta di un vero e proprio percorso riflessivo che porta all’inesorabile conclusione di una vicenda ai limiti dell’assurdo. «L’educazione» è una storia di redenzione con il proprio passato, un lungo viaggio alla ricerca di se stessi che ha come conclusione ultima una morale indissolubile: per quanto si possa cercare di troncare le proprie radici, esse tornano a far sentire la propria autorevolezza, dimostrando che non vi è alcun elemento, nemmeno l’educazione, che riesca a scacciare del tutto l’identità dell’individuo plasmata dal proprio passato familiare. Un messaggio pieno di spirito sull’importanza dell’istruzione; una testimonianza di chi, succube delle proprie radici, l’educazione se l’è dovuta guadagnare, andando a minare fantasmi del proprio passato e legami considerati inamovibili.

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